Libertà Scienze e Tecnologia

Le interazioni tra individui nel mercato allargano la conoscenza e promuovono il benessere

lunedì, 21 marzo 2005

 

Libere riflessioni

Ma dove sono i giusti ?

 

 

 

È separabile la responsabilità collettiva di un popolo da quella dei capi ? e, quando lo è, come può essere sanzionata senza che la punizione ricada sull’intero popolo ? Tema da sempre irrisolto.

Negli ordinamenti interi agli Stati le violazioni, poste in essere da singoli individui, vengono sanzionate con mezzi coercitivi che sono inevitabilmente atti di forza (l’arresto, la detenzione, la sottoposizione a giudizio sono pur sempre misure di violenza sulla persona), e si colpiscono soltanto i responsabili. Nell’ordine internazionale, invece, l’esigenza di reprimere l’illegalità, di ripristinare la giustizia violata da uno Stato, viene soddisfatta quasi sempre attraverso il ricorso alle armi, attraverso una violenza radicale ed indiscriminata, come è la guerra, la quale coinvolge nella punizione gli innocenti insieme ai colpevoli. Ciò è inevitabile ?

Per accertare se nel passato della Genesi che stiamo considerando (quello precedente alla distruzione di Sodomia e Gomorra, ndr) si possa trovare una risposta a questi interrogativi che risulti valida e significativa anche per l’etica del nostro tempo, occorre considerare il quadro culturale in cui la pagina si colloca.

In essa si assiste a una svolta di straordinaria portata nella storia dell’umanità. L’ordine concettuale e valoriale della responsabilità collettiva, che era connaturato alla cultura e all’etica del mondo antico, viene affiancato da quello della responsabilità individuale, rispondente alle nuove prospettive che proprio con il patriarca Abramo si sono aperte al riconoscimento della dignità di ogni singola persona umana. Per di più la stessa idea di responsabilità collettiva viene riproposta da Abramo in un senso ribaltato rispetto a quello tradizionale: al posto della “solidarietà nella colpa”, secondo cui le colpe dei malvagi ricadono sull’intera comunità e vengono quindi espiate anche dai giusti, è invece riconosciuta ai meriti di questi ultimi un’efficacia salvifica che si dispiega anche a vantaggio dei colpevoli.

In risposta all’incalzante interrogazione di Abramo il Signore si impegna infatti a salvare la città – città intesa come realtà storica, ma anche come figura simbolica di qualunque agglomerato sociale : comunità, civiltà, Stato – se in essa si troverà una manciata di abitanti giusti, almeno dieci.

Dal seguito della narrazione apprendiamo poi che tale condizione non si avvera: un solo giusto non è sufficiente a impedire il castigo. Sarà soltanto più tardi il “”Libro della consolazione”(Is 53) ad annunciare un “servo” misterioso che soffre e muore per la salvezza del suo popolo: l’unico giusto che da solo avrà il potere di salvare il mondo.

Tuttavia, poiché Dio non vuole che alcun innocente perisca per le colpe della moltitudine, Lot e la sua famiglia, gli unici giusti, vengono fatti fuggire.

È evidente che il salvataggio di Lot si fonda sul riconoscimento del suo merito individuale e quindi conduce all’acquisizione che  rappresenta un passo decisivo anche sul piano della civiltà giuridica. Di conseguenza cade l’antica categoria di una solidarietà nella colpa e Abramo strappa al Signore la promessa di ci abbiamo parlato.

Risulta possibile e affascinante, a questo punto, stabilire un collegamento tra due aspetti della giustizia divina: quello esaminato sinora e quello della parabola evangelica degli operai della vigna. Qui – in linea, possiamo dire, con il profilo severo del Dio dell’Antico Testamento – si considera il giudizio divino nel momento della punizione delle colpe degli uomini, là – in linea con il profilo misericordioso di Dio rivelato dai Vangeli – nel momento della retribuzione dei meriti.

I due momenti risultano complementari. Nel brano evangelico degli operai della vigna la verità di una giustizia resa perfetta dalla conoscenza delle diverse opportunità offerte a ogni uomo si rivela nel momento in cui il Signore deve decidere come retribuirei differenti meriti degli uomini, qui si palesa nel momento in cui il Signore deve decidere come punire le loro colpe, allorché le colpe siano intrecciate con i meriti (e, come si verifica sempre, nel caso delle colpe collettive, allorché le colpe si alcuni uomini siano intrecciate con i meriti di altri).

Ebbene, dal brano che stiamo esaminando emerge che davanti a Dio, i meriti degli uomini riscattano le loro colpe. I comportamenti virtuosi degli uomini hanno cioè un tale valore da indurre Dio a perdonare quelli delittuosi. Possiamo dire che il valore dei meriti prevale sul disvalore delle colpe. Di più: i meriti di pochi uomini prevalgono sulle colpe di molti, così da indurre il Signore a risparmiare dalla distruzione l’intera città.

I principi informatori della giustizia divina possono essere additati come modello alle istituzioni terrene che sono chiamate a formulare giudizi di natura e politica ? L’interrogativo è da porre con specifico riferimento al tema della Genesi, alla questione di come punire una comunità colpevole risparmiando gli innocenti. Nel momento stesso in cui si avvia una riflessione su questo tema, appare impressionante la differenza che emerge tra tale modello e la giustizia umana. Si deve constatare, infatti, come la prassi seguita normalmente nella storia per sanzionare e punire le colpe collettive contrastanti radicalmente con il modello descritto nel passato della Genesi. Reprimere le violazioni dell’ordine internazionale mediante azioni belliche, identificare nella guerra l’unico rimedio applicabile, significa accettare che gli innocenti siano puniti insieme ai colpevoli. Anzi, nel caso di regimi dittatoriali, significa colpire un’intera popolazione incolpevole a causa di una minoranza di responsabili. Un secondo spunto di interesse attuale che si può cogliere nel nostro passo riguarda il ruolo salvifico che vi è attribuito alle minoranze di responsabili: i dieci giusti, la cui presenza, se si fosse verificata, avrebbe indotto il Signore a salvare la città intera dalla catastrofe.

Molte pagine della Sacra Scrittura, e non solo il testo esaminato, attribuiscono a minoranze emarginate di uomini virtuosi – il “sale della terra” ovvero, per usare la definizione di Isaia, il “resto di Israele” – il compito di salvare intere popolazioni. Ma ci dobbiamo chiedere ancora una volta se si tratti di una prospettiva che interessa solo l’ordine soprannaturale o anche quello temporale.

La virtù ( si può anche dire la santità, se intesa in termini laici) di pochi può preservare dall rovina i molti ?

Se guardiamo al nostro tempo dobbiamo constatare che il ruolo delle minoranze è reso particolarmente arduo e sacrificato in un contesto come quello attuale. La manipolazione del consenso, anche in forza del potere condizionante dei mezzi di informazione è la minaccia più grave che incombe oggi sulla democrazia.

La scelta di obiettivi tarati sul minimo comune denominatore di interessi immediati ed egoistici risulta mortificante per ogni progetto politico, ma rappresenta la strada più sicura per assicurare il successo, in termini di audience o di voti. Al termine di questo percorso non emergono le virtù, ma il loro contrario.

Chiaramente qui non è in gioco la fiducia nel popolo, sulla quale si fonda la democrazia. Ma, in certi momenti, quando l’influenza di tendenze negative risulta prevalente, occorre ribellarsi all’imperativo del consenso quale metro unico di valutazione dei comportamenti, parlare fuori del coro, parlare da profeti...

Giovanni Bazoli

 

Da Abramo ai vignaioli  L’editrice Morcelliana manda in libreria domani un libro di Giovanni Bazoli presidente di Banca Intesa e della Fondazione Giorgio Cini, dal titolo “Giustizia e uguaglianza, Modelli biblici” ( pagine 96, euro 10). L’autore, alla luce di due passi biblici ( l’uno tratto dall’Antico e l’altro dal Nuovo Testamento) s’interroga sui concetti di giustizia e uguaglianza partendo da una prospettiva non solo ancorata al dettato dei testi sacri, ma che abbraccia il loro influsso sull’agire quotidiano dell’esperienza umana. Un’interpretazione che parte da uno sconcertante episodio dell’Antico Testamento quello di Generi 18, 20-33, con l’intercedere ardito di Abramo presso il Signore sulla sorte della città di Sodoma; e un altro non meno problematico di Matteo 10, 1-16, noto come la parabola dei vignaioli

Postato da: plutoliberal a marzo 21, 2005 13:16 | link | commenti (1) |

domenica, 20 marzo 2005

Filosofia minima

Il libero arbitrio esiste: parola di neuroscienziato

 

Sempre più spesso le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali annunciano l’avvenuta localizzazione cerebrale esatta dei nostri processi di scelta e decisione.

Anzi, capita di apprendere che è stata localizzata perfino una facoltà dal nome desueto – il libero arbitrio. Cosa che un po’ di sorpresa deve suscitarla, di fronte alle sedici i diciotto possibili accezioni che questo termine ha ricevuto attraverso la sua lunga storia.

Che affonda radici nelle dispute greche (sulla “necessità” degli eventi futuri), e prosegue attraverso Agostino e Boezio, la grande speculazione medievale monastica e scolastica, la modernità umanistica, la Riforma e la Controriforma ( il cui fronte di battaglia passa per il problema del libero arbitrio, illuminando un secolo di dispute e di roghi), per avviarsi, al tempo illuminato da Hume e di Voltaire, a diventare un capitolo di antropologia scientifica, e poi brevemente ridivampare nel pensiero romantico della libertà, confondersi nel fuoco delle battaglie intorno all’idea di libertà, come diritto e libertà politica, sprofondare negli abissi dell’introspezione romanzesca o nei grandi studi dostoewskiani su male, riemergere fra le inquietudini del Novecento in abiti esistenziali, maglione nero e sguardo un po’ strabico, avviarsi infine ai laboratori logico-analitici ed empirici della filosofia della mente e della sua “naturalizzazione”, ma anche in quelli tecnologici e fantascientifici dell’epoca cyborg, degli automi semi-vivi che popolano i nostri incubi, e della loro ipotizzabile rivolta ( Io robot Asimov ) .

Insomma, che cosa avranno scoperto i neuroscienziati ? I nostri cervelli sono luterani, molinisti, cartesiani, empiristici, romantici, esistenzialisti, freudiani, naturalisti … o cosa ancora ?

Scherzi a parte, occorre salutare con gioia questa rinascita di interesse e questo rinnovarsi di dispute intorno al grado effettivo della nostra libertà, oggi che scienza cognitiva, neuroscienze, biologia e farmacologia psichiatrica trovano ascolto presso il grande pubblico, e presso numerosi filosofi. Ma c’è anche un gran bisogno di chiarezza su quello che vogliamo sapere, quando ci interroghiamo sul grado effettivo della nostra libertà data la natura, delle cose e nostra, date le leggi della fisica, della biologia, della psicologia, della sociologia …

Che cosa vuol dire essere liberi ? Quante cose differenti possiamo intendere con questa parola, “liberta”?

È una parola che canta, più che parlare, alla mente. Sta così bene scritta su muri … Ma come tutte le parole evocatrici di Idee, è una parola cui volentieri associamo immagini. E le immagini, a differenza di quello che si crede comunemente, spesso non hanno in sé nulla di arbitrario.

Provate una sera con gli amici questo piccolo gioco, di associare un’immagine alla parola – di “dipingere” la libertà.

Fra le molte che a questo modo ho raccolte, ve ne propongo tre – quasi per riposare un attimo la mente prima dell’esercizio di analisi che ci aspetta.

La prima, è quella dell’uomo che spezza le catene. La seconda è quella di un uomo che si trova ad un bivio. La terza è una bellissima armoniosa figura di danzatrice.

Queste tre immagini corrispondono a tre diversi ma “corretti” sensi della parola libertà.

In un primo senso la riferiscono all’agire, in assenza di ostacoli o costrizioni sulla volontà dell’agente, da parte di altre volontà. Questo è il senso in cui la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo afferma che tutte le persone nascono libere – vale a dire che nessuna persona adulta è per natura assoggettata al volere altrui.

Questo non è un fatto ma una norma o una rivendicazione, e quanto importante: ma non ci dice niente sul libero arbitrio.

Non ci dice che la sua volontà stessa è libera, se dato che io abbia imboccato questa via, avrei potuto imboccare l’altra.

E la danzatrice ? Oh, lei apre un capitolo nuovo. Quello dei nessi fra la libertà e la grazia, fra libero arbitrio e la facoltà del nuovo.

Postato da: plutoliberal a marzo 20, 2005 14:43 | link | commenti |

venerdì, 11 marzo 2005

USA: una tassa sui download musicali?

In molti Stati della Federazione ci si chiede come introdurre imposte sui download digitali e, soprattutto, se sia giusto farlo

Potrebbe partire dallo Stato del Wisconsin una nuova polemica politica destinata a travolgere tutti gli Stati Uniti: al centro della discordia, c’è la decisione del governatore dello Stato di introdurre una tassa su film e musica online.

   Non è ancora chiaro, infatti, se è giusto che i consumatori paghino un’imposta sui download digitali, come film e canzoni acquistati sul negozio di Apple, iTunes. In alcuni Stati USA, chi non paga volontariamente alcuni centesimi in più per ogni download, tecnicamente ha già violato la legge.

   Il governatore del Wisconsin, Jim Doyle, intende iniziare a introdurre imposte sulla musica digitale, i video e i software. I membri dell’opposizione repubblicana affermano di voler bloccare la proposta, ma gli esponenti dell’amministrazione ribattono che il loro obiettivo è introdurre maggiore giustizia. "E’ una questione di equità fiscale", afferma Jessica Iverson, portavoce del Dipartimento delle Entrate del Wisconsin. "Se si va in un negozio vero e si acquista un CD, si paga una tassa."

   Il tema del "portare sullo stesso livello" Internet e i negozi offline domina l’e-commerce sin dalla sua nascita, e ha creato una selva di leggi che ora inizia ad estendersi anche al mondo dei download digitali. Gli economisti sono divisi, anche all’interno dei due schieramenti politici, sull’opportunità di introdurre questo nuovo tipo di imposte. Alcuni sostengono che le tasse sui beni digitali mineranno la crescita di un nuovo mercato potenzialmente forte, mentre altri ribattono che un’imposta solo sulle versioni offline dello stesso bene distorce le operazioni di mercato.

   Negli Stati Uniti, molti Stati impongono già quella che viene definita una "imposta di utilizzo", in sostanza un’imposta indiretta applicata ai beni acquistati al di fuori delle imprese fisiche, per esempio tramite catalogo postale, servizio telefonico o Internet. In generale, però, gli Stati non possono costringere i rivenditori a riscuotere le tasse, a meno che questi non abbiano una presenza fisica sul loro territorio. Ciò significa che spesso viene chiesto agli stessi consumatori di calcolare quanto hanno speso durante l’anno, e pagare le tasse volontariamente.

Com’è facilmente prevedibile, l’iniziativa ha in genere scarso successo, anche se alcuni Stati si sono impegnati in iniziative fiscali di alto profilo contattando i rivenditori online - in particolare, il Michigan ha citato in giudizio i venditori di sigarette online per conoscere i nomi dei suoi cittadini che vi avevano fatto acquisti. Le autorità del Wisconsin stimano che solo l’1% dei cittadini paghi effettivamente la tassa "volontaria" alla fine dell’anno.

   Nel caso dei download digitali, il problema è rimasto pressoché nascosto. Ma in alcuni Stati, chi non paga le tasse sulle canzoni, o sui servizi di download digitale, viene considerato un evasore fiscale. Il portavoce del Dipartimento delle Entrate del South Dakota sostiene che le leggi fiscali dello Stato si applichino già ai download digitali. Anche nello Utah, i clienti di iTunes che non pagano le tasse vengono considerati fuorilegge. "Funziona come qualsiasi ordinazione per posta o tramite riviste", afferma Scott Smith, membro della State Tax Commission dello Utah.

   In pratica, però, nessuno Stato persegue i singoli consumatori per non aver pagato tasse di pochi dollari. Il South Dakota dispone di un programma per perseguire legalmente le imprese che effettuano grandi acquisti online, per esempio antivirus. Altri Stati, invece, come la California, non sottopongono a imposte i download digitali.

   La questione, però, potrebbe cambiare in futuro, quando gli Stati raccolti nello Streamlined Sales Tax Project inizieranno ad occuparsi dei beni digitali. Le autorità del Wisconsin sostengono che la loro proposta deriva dai dibattiti tenuti all’interno del gruppo, composto da 20 Stati, anche se non è ancora stata adottata una politica definitiva relativa ai download.

   Tuttavia, il deputato repubblicano Scott Jensen, membro di spicco della Commissione Finanze dell’Assemblea del Wisconsin, dichiara che lavorerà per soffocare la proposta di tasse sui download. "Anche se dovesse passare, è poco probabile che venga applicata", afferma Jensen. "Ma io ritengo poco probabile che la proposta del governatore di una tassa su iPod venga mai approvata in questa legislatura."

John Borland

CNET News.com

 

Postato da: plutoliberal a marzo 11, 2005 15:36 | link | commenti |

giovedì, 10 marzo 2005

La disputatio medievale

"Nessuna verità può essere veramente capita e predicata con ardore se prima non sia stata masticata dai denti della disputa". Lo scrive Pietro Cantore nel XII secolo, indicando con una metafora che allude al "nutrimento" culturale l'esperienza più matura e vitale delle università medievali: la disputatio in utramque partem.

Che cos'è nella storia della filosofia la disputatio? È il confronto in cui le idee si ritrovano per mettersi alla prova, per stabilire un dibattito che dia forza o ribalti le convinzioni di chi vi partecipa. E', più precisamente, una modalità d'interazione didattica nata circa otto secoli fa, strettamente legata alle lectiones, in cui un magister dirige un'appassionata e appassionante discussione intorno a un tema da lui scelto fra quelli più attuali e di una certa pregnanza teoretica.
Nel Medioevo, l'esercizio della disputa arriva a creare, fisiologicamente, un inedito spazio di libertà intellettuale. Non ci sono questioni fondamentali che nelle aule universitarie del tempo non siano state analizzate fino alle loro conseguenze più lontane (soprattutto legate alla religione), col pretesto di porre un problema che merita di essere sviscerato o anche solo per il semplice desiderio di esercitare i muscoli della mente.

Come si svolgeva la disputatio? Il magister, si legge nella cronaca delle dispute condotte da Odo di Ourscamp, discepolo di Abelardo: "siede in cattedra e invita gli studenti a sollevare obiezioni, li aiuta nella formulazione di esse, dirige con sicurezza il succedersi degli interventi, dando poi la soluzione definitiva. Il magister attende con visibile impazienza che gli studenti presentino le difficultates. Una volta si rifiuta di risolvere una difficile questione sulla simonia, un'altra addirittura toglie la seduta rimandandola a un altro giorno".
Questa energia della discussione prende vita, naturalmente, da un argomento che si sviluppa attraverso due tesi contrapposte, due diversi modi di pensare, due angolazioni per osservare e analizzare la stessa cosa. E nascono da questa bipolarità le argomentazioni dei partecipanti, i loro motivi pro e contra rispetto al problema e alla sua possibile soluzione.

Nel XIII secolo, la disputa assume una fisionomia più matura e diventa uno strumento didattico molto usato, tanto che viene annunciata con un certo anticipo e deve cadere in un giorno in cui è possibile sospendere le lezioni: tutti i docenti e gli allievi della facoltà vi partecipano.
E' possibile dividerla in fasi: per prima cosa il maestro annuncia il tema e precisa gli articuli, ovvero i sotto-problemi, in forma di domanda, sui quali si dovrà incanalare il ragionamento. Poi, i convenuti presentano le loro argomentazioni sugli articoli della quaestio e il maestro, o più spesso il baccelliere anziano, risponde alle obiezioni del pubblico, nello stesso ordine in cui vengono sollevate. Talvolta chi assume il ruolo del respondens elabora anche argomenti contra per arricchire il dibattito.
Il giorno successivo, dopo aver esaminato ogni argomento a favore e contrario, il magister presenta la sua conclusione.

Postato da: plutoliberal a marzo 10, 2005 17:24 | link | commenti |

martedì, 08 marzo 2005

Una sana competizione sviluppa il mercato

La concorrenza spinge i produttori di sistemi informatici a proporre soluzioni migliori e più vicine alle esigenze dell’utente … allora il mercato funziona davvero.

 

Cosa sarebbe il mercato se non esistessero le alternative ? Se non ci fosse concorrenza ? Se un solo produttore potesse fare il bello e il brutto tempo e in un regime di monopolio potesse decidere autonomamente tariffe e qualità dei servizi offerti ? In passato abbiamo avuto esempi negativi di monopolizzatori. Servizi o prodotti in regime di monopolio che non soddisfano le esigenze degli utilizzatori, proprio perché non partono dalla domanda di chi usa i prodotti ma dalle esigenze di chi li produce. La libertà, anche nel mercato, nasce dalla possibilità di scegliere.

Facciamo un’estrapolazione un po’ ardita: pensiamo alle aziende che producono e distribuiscono uova di gallina. Con la concorrenza un produttore può cercare di guadagnare quote di mercato magari riducendo i prezzi delle uova, oppure mantenendo il prezzo inalterato ma aggiungendo vitamine. Oppure con un’abile operazione marketing può cercare di imporre le uova colorate. Se il mercato reagisce in modo positivo ( ricordo che  il mercato siamo noi) alle uova di gallina colorate state pur certi che tutti i produttori vi proporranno alternative variopinte più o meno vitaminizzate. Insomma, siamo noi, con le nostre scelte a determinare il successo di un prodotto. Ma se esistesse un unico produttore di uova di galline, potrebbe fare quello che vuole, infischiandosene delle esigenze degli utenti. È la classica legge del monopolio. Voi volete le uova colorate, ma al produttore interessano più le uova cubiche, se è il solo che produce, voi troverete al mercato sotto casa solo uova cubiche e il consumatore rimane frustato e privo di scelta, o mangi questa minestra o … ci siamo capiti.

C’è anche da dire che spesso le esigenze che il consumatore cerca, spesso vengono indotte. Un buon marketing riesce a imporre un modello, generando la domanda. La più grande vittoria del marketing è quella di rendere un prodotto ( magari inutile) uno status symbol, assolutamente irrinunciabile. Esempio, il telefonino possiamo confermare che è utile, ma oggi viene proposto più  per lo status e l’esclusività che porta che per le funzionalità che offre.

Ma anche ciò fa parte delle leggi del libero mercato. Complessivamente, la concorrenza è a favore del consumatore. Lavorando sui prezzi o sul contenuto evolutivo/tecnologico, le aziende caratterizzano e rendono appetibile la propria offerta.

Nel mondo dei computer ad esempio, questo ha portato in breve tempo ( in altri settori, vedi automobili si sarebbe dovuto aspettare decine se non centinaia di anni ) a macchine che hanno più che raddoppiano le prestazioni, anzi sono stare ridefinite e se l’altro ieri si parlava di sistemi operativi a 16 bit, ieri c’erano quelli a 32 bit oggi quelli a 64 bit domani chi sa ?

Per gli stessi sistemi operativi oggi possiamo ben dire che Microsoft non sarà più solo, Linux avanza a passi da gigante e  il mercato poi oggi significa servizi distribuiti e quindi più competitori. Con il VoIP e le nuove normative possiamo ad esempio telefonare via Internet senza dover avere per forza un collegamento voce di Telecom. Quindi addio canone … il mondo cambia  e anche il mercato …

Postato da: plutoliberal a marzo 08, 2005 13:38 | link | commenti |